DAKAR 2018: INTERVISTA A LIVIO METELLI

da | Gen 3, 2018 | Motorally, News

DAKAR 2018: INTERVISTA A LIVIO METELLI

LIVIO METELLI ALLA SUA TERZA “DAKAR”
In questa intervista ci rivela cosa significa partecipare al rally raid più duro del mondo:
“Fatica, fatica, fatica e determinazione, determinazione, determinazione.”

Livio Metelli è un personaggio ormai noto nel panorama dei motorally e dei rally raid.

51 anni, imprenditore di Sarezzo (BS), il 6 gennaio sarà tra coloro che affronteranno la 40a edizione della “Dakar”, il rally raid per moto, auto e camion più massacrante che mente umana abbia concepito.

Oltre 9.000 chilometri, dei quali la metà di prove speciali, da percorrere in 14 giorni, con una giornata di riposo a metà gara. Sabbia, fango, polvere, sassi, guadi, insidie di ogni tipo e condizioni climatiche estreme (si passa dalle bassissime temperature delle montagne boliviane agli oltre 50 gradi delle dune argentine) saranno il pane quotidiano dei concorrenti.

Il companatico sarà l’altissimo livello di stress dovuto al timore di perdersi o di cadere o di avere un guasto meccanico che vanifichi un anno intero di preparativi, investimenti, allenamenti e sogni. A tutto ciò si deve aggiungere l’enorme fatica fisica.

E se per i piloti di auto e camion la “Dakar” è dura, per i motociclisti è durissima. Ne sa qualcosa Livio in una delle due edizioni precedenti correva nella categoria “Malles moto”, quella dei “veri”, quella di coloro che devono contare solo su se stessi per tutta la gara, il che, come prova di resistenza umana, potrebbe benissimo figurare tra le mitologiche fatiche di Ercole.

Ma quest’anno anche Livio potrà contare sull’assistenza poiché con Alessandro Botturi, pilota ufficiale Yamaha, e Alberto Bertoldi, imprenditore gavardese alla sua prima “Dakar”, hanno formato il Team Garda Bikers che avrà al seguito due meccanici, i fratelli friulani Mauro e Massimilano Sant, e la fotoreporter Giulia Maroni che si occuperà della parte mediatica e logistica.

In questa lunga intervista Livio ci fornisce il “dietro le quinte” della “Dakar” e ci dà la misura della determinazione che serve per portarla a termine, a prescindere dal piazzamento finale.

QUANDO HAI COMINCIATO A PRATICARE IL FUORISTRADA?
A 14 anni, la prima moto fu un Fantic Motor 50 e a 16 anni, con un Fantic 125, ho fatto la mia prima gara di enduro.

QUANDO HAI INIZIATO A PARTECIPARE AI RALLY?
Nel 2010 partecipai al mio primo rally africano, in Marocco. Nel 2013 feci la prima gara di motorally e nel 2015 ho avuto il mio miglior piazzamento nella categoria veteran: 2°posto a pari punti col 1°.

QUANTE “DAKAR” HAI FATTO?
Una da accompagnatore e due come pilota, quest’anno è la terza.

MIGLIOR PIAZZAMENTO?
43°assoluto, 9° nella categoria marathon, 3° degli italiani.

CHE COSA E’ SUCCESSO L’ANNO SCORSO?
Quello che non doveva e non dovrebbe succedere mai: mi sono dovuto ritirare alla 10a tappa per una brutta caduta in seguito alla quale ho riportato la frattura di alcune vertebre, di un polso e di due dita.

MOTO CHE USERAI QUEST’ANNO?
Una KTM Rally 450, praticamente la stessa dell’anno scorso rivista in tutto e per tutto, con un motore nuovo che sostituirò appena arrivato a Lima.

POTRESTI DESCRIVERE UNA GIORNATA TIPO ALLA “DAKAR”?
Fatica, fatica e ancora fatica!
Sveglia alle 4, super colazione al limite del vomito, trasferimento al gelo di 150/200 km e poi partenza della Prova Speciale: 3/4/5 ore con caldo, freddo, pioggia. Finita quella, altro trasferimento di 300/400 km con arrivo al bivacco. Consegna della tabella, notifica penalità (se effettuate), ritiro del road book della tappa successiva. Ricerca del team all‘interno del bivacco, il che non è come dirlo: è quasi come cercare un ago nel pagliaio! Poi mangiatona, doccia e subito a verificare il road book. Infine briefing, cena, riposo.

COME GESTISCI LE TAPPE MARATHON?
Un po’ al risparmio, come sempre. Mi porto dietro un filtro aria di ricambio e basta.
Come alimentazione a ogni tappa è obbligatorio portarsi delle barrette, dei gel, ma io preferisco della frutta secca perché occupa meno spazio e la trovo più efficace. Quando posso, un bel panino.
Durante la PS ci si ferma solo per problemi, oppure per i bisogni fisiologici… io almeno così faccio, altri non si fermano nemmeno per quelli!

TI E’ MAI CAPITATO DI CHIEDERTI: “CHI ME L’HA FATTO FARE?!”
E’ normale, ma pensi anche ai sacrifici e ai salti mortali che hai fatto in un anno per poter essere lì e allora tiri fuori gli attributi e cerchi di fare l’impossibile per andare avanti.

CI PUOI RACCONTARE UN MOMENTO IN CUI ALLA “DAKAR” TE LA SEI VISTA BRUTTA?
Sicuramente gli istanti che hanno preceduto la caduta dell’anno scorso, quando la moto si imbarcata e ho perso le pedane, ma ho stretto forte le mani al manubrio perché speravo ancora di riuscire a salvare la situazione, rimanendo sulla moto. Sapevo che se fossi andato a sbattere contro un masso o a una pianta che mi vedevo sfrecciare di fianco, tra l’altro a una certa velocità, sarebbe stato drammatico. Purtroppo cosi è andata, poi non ricordo nulla perché ho perso conoscenza e al mio risveglio era già arrivato l’elicottero. Mi hanno impachettato e portato via . Li è finita la mia “Dakar” 2017.

E UN MOMENTO ESALTANTE?
Sicuramente l’arrivo in Argentina nel 2016, quando sono salito sul palco a ritirare la medaglia, ricevendo i complimenti del boss. Ad aspettarmi c‘erano mio cognato e alcuni amici, tra cui Botturi. Li si è coronato un SOGNO!
Oppure l’arrivo a LA PAZ, l’anno scorso, dove c‘era la tappa di riposo; un fiume di persone ad aspettarci, si parla di un fila di 40 KM circa: indescrivibile, emozionante!

CHE COSA FA PAURA DELLA “DAKAR” ?
Tutto e niente. Sicuramente il fatto di trovarti solo in posti che non conosci, magari a 4.700 metri di altitudine mentre neve e grandine ti martellano e tu hai un abbigliamento che fino ad alcune ore prima era ottimo per i 30/40 gradi, e magari hai dei dubbi riguardo all‘essere sul percorso giusto… tutto questo ti fa venire alcuni pensieri.
Oppure quando ti trovi nel deserto con vegetazione bassa e fitta, mentre procedi a velocità ridotta per trovare un passaggio e il sole picchia su di te con 47/50 gradi, magari con la paura di finire la benzina… anche in quel caso qualche brutto pensiero ti viene.

CHE COSA LA RENDE AFFASCINANTE?
In primis l’avventura e, come in tutti gli sport avventurosi, sicuramente il fattore rischio e il fatto di doverti mettere sempre in gioco.

CHE COSA SERVE DAVVERO PER PORTARLA A TERMINE?
La preparazione fisica è importantissima e, in assoluto, la testa: serve determinazione, determinazione, determinazione!

TI E’ CAPITATO DI DIRE: “L’ANNO PROSSIMO NON CI TORNO PIU’”?
Questa gara ha un potere unico: se la finisci ci vuoi tornare perché credi di aver capito tante cose e di poter far meglio, non facendo più gli errori che hai fatto prima; al contrario, se non la finisci ti fa sentire sconfitto e allora ci vuoi riprovare per avere la rivincita.

CHE COSA TI MOTIVA A PARTECIPARE ?
La sfida con te stesso, il fatto di mettersi in gioco e di riuscire a sconfiggere la “Dakar”, come se lei fosse il nemico.

CHE COSA TI HA INSEGNATO?
Sicuramente qualcosa che ti rimane dentro, una grande esperienza di vita e allo stesso tempo una sicurezza in te stesso che ti fa affrontare la vita in modo diverso.

CHE COSA TI HA MAGGIORMENTE IMPRESSIONATO?
Sono tante le cose: dai paesaggi mozzafiato agli spazi enormi, alla quantità di mezzi della carovana di assistenza che tutte le mattine si mette in movimento formando una colonna di qualche chilometro, circa 500 mezzi in fila indiana, ogni giorno.

QUALI CONSIGLI DARESTI A CHI VOLESSE PARTECIPARE ALLA “DAKAR”?
Per un appassionato come me mi sentirei di dirgli di prendere la “Dakar” come un’avventura e non una gara e di confrontarsi solo con se stesso, di non cercare l’agonismo, di non pensare alla classifica perché l’unica vera differenza la fa chi la finisce.

QUALCUNO CHE VUOI RINGRAZIARE ?
Sicuramente tutte le persone che mi hanno aiutato e supportato anche quest’anno, e sono tanti amici e conoscenti. All’amico Botturi che mi ha dato la possibilità per la prima volta nel 2015 di seguirlo e di conoscere questo mondo da dentro.
Infine la mia famiglia che ha reso tutto questo possibile, sopportandomi negli allenamenti durante l’anno. Perché tutto è legato alla “Dakar”, tutte le decisioni sono prese in funzione della “Dakar” e quindi trovare chi ti capisce e ti sopporta non è facile. Senza il loro appoggio sarebbe stato sicuramente impossibile… e questo è il segreto della “Dakar”!

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